
Fascite plantare: perché fa male il tallone e quando andare dall’ortopedico
PUBBLICATO IL 18 GIUGNO 2026
Il dolore al tallone è un disturbo molto comune che può comparire a qualsiasi età. Spesso si presenta all’improvviso: al mattino, appena ci si alza dal letto, oppure dopo essere rimasti seduti a lungo. I primi passi risultano difficili, come se il piede fosse rigido.
Tra le cause più frequenti c’è la fascite plantare, un’infiammazione della fascia del piede che, se trascurata, può durare a lungo e rendere faticose anche le attività quotidiane. Riconoscerla in tempo permette di intervenire in modo semplice ed evitare che il problema si cronicizzi.
A spiegare caratteristiche e possibili trattamenti è il dottor Fabrizio Arensi, responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia del Piede dell’Istituto Clinico San Siro.
Cos’è la fascite plantare
La fascite plantare è un’infiammazione della fascia plantare, la struttura fibrosa che collega il tallone alle dita e contribuisce a sostenere l’arco del piede, assorbendo i carichi durante la camminata.
“Il problema riguarda la zona di inserzione della fascia sul calcagno, una delle aree più sollecitate durante il movimento” spiega il dottor Arensi.
La durata del disturbo varia da persona a persona: in alcuni casi si risolve in poche settimane, in altri può persistere più a lungo, soprattutto se sono presenti alterazioni della postura o della meccanica del piede.
Sintomi della fascite plantare
Il sintomo più tipico della fascite plantare è un dolore localizzato al tallone con un andamento caratteristico. “Di solito è più intenso al mattino: i primi passi sono i più complessi, poi tende ad attenuarsi con il movimento” osserva lo specialista.
Nel corso della giornata può migliorare mentre si è attivi, per poi ripresentarsi dopo uno sforzo o un periodo di riposo. In alcuni casi si avverte anche una sensazione di tensione nella pianta del piede, soprattutto dopo essere stati fermi a lungo.
Cause e fattori di rischio
La fascite plantare non ha un’unica causa: nella maggior parte dei casi deriva da una combinazione di fattori che aumentano il carico sulla fascia del piede.
“Le cause possono andare da una camminata scorretta all’uso di scarpe non adeguate, fino a condizioni strutturali come piede piatto, piede cavo o retropiede valgo” spiega il dottor Arensi.
Alcune caratteristiche anatomiche possono favorire il disturbo. Il piede piatto tende a cedere verso l’interno, aumentando la tensione sulla fascia; il piede cavo, più rigido, assorbe meno gli urti. Anche il retropiede valgo può alterare l’appoggio e sovraccaricare il tallone.
Incidono anche le abitudini quotidiane: stare a lungo in piedi, camminare molto o correre, soprattutto se l’attività aumenta bruscamente.
Le calzature hanno un ruolo importante: modelli senza supporto o con scarsa ammortizzazione, ad esempio, possono aumentare lo stress sulla fascia.
Infine, anche il sovrappeso contribuisce, perché aumenta il carico sul piede.
Quando rivolgersi all’ortopedico e come si svolge il percorso di diagnosi
È consigliabile rivolgersi a uno specialista ortopedico quando il dolore:
- dura nel tempo;
- tende a peggiorare;
- limita le attività quotidiane.
“Se il dolore è legato a un sovraccarico occasionale può regredire con il riposo e con l’uso di antinfiammatori su prescrizione medica - chiarisce il dottor Arensi -. Quando invece è presente un problema strutturale del piede, difficilmente si risolve da solo”.
Come viene fatta la diagnosi della fascite plantare
La diagnosi si basa sulla visita ortopedica ed è principalmente clinica.
Durante la valutazione il medico:
- individua la sede del dolore
- osserva l’appoggio del piede
- analizza la camminata.
Nella maggior parte dei casi questi elementi sono sufficienti. Se necessario, possono essere richiesti esami di approfondimento. “La radiografia, ad esempio, può evidenziare la presenza di una spina calcaneare: una calcificazione del tallone che può essere associata alla fascite, ma non ne è necessariamente la causa” spiega l’ortopedico.
Come si cura la fascite plantare
Nella maggior parte dei casi il disturbo può migliorare con il riposo e qualche accorgimento. Il trattamento della fascite plantare è infatti quasi sempre conservativo e combina più interventi.
Nella fase iniziale
Nella fase iniziale è utile ridurre le attività che provocano dolore e concedere al piede un periodo di riposo. Anche il ghiaccio può aiutare a controllare l’infiammazione.
Un aspetto centrale riguarda le calzature. “Spesso il primo intervento è proprio cambiarle - sottolinea lo specialista - perché una scarpa adeguata può ridurre in modo significativo il carico sulla fascia. In alcuni casi possono essere utili anche plantari su misura”.
La fisioterapia e i trattamenti successivi
Se il dolore persiste si può ricorrere alla fisioterapia o alle onde d’urto, che stimolano i processi di guarigione.
“I farmaci antinfiammatori possono, invece, essere utilizzati nelle fasi acute, ma sempre sotto indicazione medica” indica lo specialista.
La chirurgia è rara e viene presa in considerazione solo nei casi che non rispondono alle terapie.
Esercizi utili per la fascite plantare
Gli esercizi di stretching sono una parte importante sia del trattamento sia della prevenzione.
“Si lavora soprattutto sulla catena muscolare posteriore (polpaccio, tendine d’Achille e fascia plantare) perché la loro tensione influisce direttamente sul piede” spiega il medico.
Sono utili, ad esempio, esercizi di allungamento del polpaccio e della pianta del piede, da eseguire con regolarità durante la giornata, soprattutto nei momenti in cui il piede è più rigido.
Prevenzione della fascite plantare
Per ridurre il rischio di recidive è utile intervenire sulle abitudini quotidiane. La scelta delle scarpe resta centrale: meglio modelli con:
- buon supporto dell’arco plantare;
- una suola ammortizzata.
È importante anche evitare aumenti bruschi dell’attività fisica e inserire con regolarità esercizi di stretching per il piede e il polpaccio, soprattutto nei periodi di maggiore rigidità.
“Sono accorgimenti semplici, ma utili per proteggere la fascia plantare nel tempo” conclude il dottor Arensi.



