Tampone faringeo: come funziona il test per la diagnosi del coronavirus

PUBBLICATO IL 25 MARZO 2020

50mila le persone positive al coronavirus. Un dato ottenuto dai risultati di un semplice test diagnostico, il tampone faringeo, spesso fatto al domicilio dei pazienti. Scopriamo come si fa con il prof. Pregliasco.

L’unico modo per capire se si è contratta l’infezione da coronavirus è sottoporsi al tampone faringeo. Lo strumento di diagnosi che permette di capire se si è positivi o meno al COVID-19 (la malattia provocata dal nuovo virus).

Il professor Fabrizio Pregliasco - direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi e virologo presso l’Università degli Studi di Milano - ci spiega cos’è, quando è opportuno farlo, come si esegue e cosa fare in caso di positività al coronavirus. 

Quando si fa il tampone 

“A oggi - spiega il prof. Fabrizio Pregliasco - lo strumento più attendibile ed efficace per una corretta diagnosi di Coronavirus (o COVID-19) è rappresentato dal tampone faringeo: un test indolore, veloce ed esaustivo”. 

Questo test, ricordiamo, viene effettuato in quei soggetti che presentano sintomi riconducibili all’influenza come:

  •  tosse;
  •  starnuti; 
  • naso che cola;  
  • difficoltà respiratorie; 
  •  temperatura corporea di oltre 37.5°C.

Oltre a questo, il paziente deve aver avuto, nelle 2 settimane precedenti, contatti con persone positive al virus superiori ai 14 minuti”.

Come richiedere di fare il test 

Se si pensa di aver contratto l’infezione, non bisogna recarsi in ospedale (o in farmacia) per richiedere di fare il test: “È necessario prima contattare i numeri telefonici 112 o 1500 e parlare con gli operatori sanitari, i quali valuteranno la situazione e decideranno se sottoporre il soggetto al tampone direttamente al proprio domicilio”, spiega il virologo. 

Come si esegue

Come avviene il tampone? “Il test - continua Pregliasco - consiste nel prelievo, tramite un bastoncino cotonato di materiale biologico (mucosa) presente nelle prime vie respiratorie (in questo caso dalla faringe), cioè la zona migliore da analizzare per andare a indagare la presenza di eventuali agenti patogeni e virus.

Per accedere più facilmente, l’operatore si avvale anche dell’ausilio di un abbassalingua, questo per evitare che il bastoncino venga a contatto con altri superfici come denti o lingua, che potrebbero contaminare l’esito del test. 

Dopo averlo accuratamente sigillato, il campione viene inviato direttamente a un laboratorio di microbiologia. 

Qui  viene sottoposto a una particolare procedura denominata Reazione a Catena della Polimerasi (Prc) che consente l’amplificazione dei microrganismi virali e l’individuazione di casi positivi da presenza di patogeni (in questo caso, di COVID-19)”. 

Cosa fare se si è positivi?

I primi risultati si dovrebbero ottenere nel giro di 4-5 ore. 

In caso di positività, il paziente deve seguire attentamente le indicazioni di quarantena obbligatoria in casa per 14 giorni. Quando si riscontrano gravi difficoltà respiratorie, si deve procedere al ricovero in ospedale. 

“In caso di presenza di sintomatologia parainfluenzale, è possibile trattare questi sintomi con le terapia convenzionali (es. antipiretico, acido acetilsalicilico, mucolitici, …) - precisa il prof. Pregliasco - osservando, ovviamente, l’isolamento a casa e il distanziamento sociale”.

Come si fa a capire se il virus è in fase di regressione? 

“Innanzitutto, nel caso di sintomatologia - conclude Pregliasco - si dovrebbe assistere a una regressione di questi disturbi. 

Al termine del periodo di isolamento, sia il paziente asintomatico, sia il paziente sintomatico devono sottoporsi a 2 ulteriori tamponi svolti a distanza di 24 ore l’uno dall’altro.

 Se entrambi risultano negativi, si può parlare di eliminazione del virus (dal tampone non si dovrebbe più rilevare la presenza di RNA virale). 

Se dopo la quarantena il test fosse positivo, il soggetto deve ripeterlo a distanza di una settimana”.

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