Coronavirus: cosa vuol dire essere positivo?

PUBBLICATO IL 09 MARZO 2020

Essere positivi al covid-19 vuol dire aver contratto il virus. Si può essere, tuttavia, positivi senza avere sintomi ed essere contagiosi anche dopo l’infezione. Il prof. Pregliasco spiega tutti i possibili casi di positività.

Chi è positivo al tampone faringeo è potenzialmente contagioso, persino quando i sintomi regrediscono. In altri casi, invece, la malattia non sviluppa i sintomi, ma si è lo stesso contagiosi.

Il professor Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi e virologo presso l’Università degli Studi di Milano, ci spiega cosa significa essere positivi al virus e che effetti ha.  

Caso positivo: quando c’è l’infezione

«Un caso positivo di Coronavirus - spiega il professor Fabrizio Pregliasco - è un soggetto a cui, a seguito di un tampone faringeo, viene riscontrata la presenza di virus vivo nelle vie respiratorie e che è quindi in una condizione di contagiosità che può andare avanti anche quando c’è la guarigione dei sintomi. 

Tutti i soggetti positivi, anche se poco sintomatici, vanno considerati a rischio.  Le persone che hanno avuto un contatto stretto e ravvicinato con un caso positivo per un tempo superiore a 15 minuti, quindi, devono essere molto attente alla propria salute e potenzialmente isolarsi anch’esse per 14 giorni (tempo massimo di incubazione, che va dai 2 agli 11 giorni con un tempo medio di 5,2 giorni)».

Coronavirus: gli asintomatici

«Tuttavia, essere positivi al tampone non vuol dire essere malati: esistono alcune persone (circa il 5%) che, nonostante risultino positive al test, potrebbero non sviluppare mai i sintomi - chiarisce l’esperto -. 

È difficile che un soggetto asintomatico, rispetto a uno che manifesta raffreddore e tosse, contagi in modo significativo un’altra persona. Anzi è possibile, ma con minore efficacia e minore probabilità. 

Anche in questi casi, è sempre meglio osservare le misure precauzionali disposte dal Ministero e un periodo di quarantena».

Caso positivo, quando i sintomi regrediscono

Essere guariti da un infezione da coronavirus non vuol dire in automatico non essere più contagiosi: «Nei casi di recessione delle manifestazioni sintomatologiche - avverte il virologo -, è sempre meglio che i soggetti restino comunque in quarantena (14 giorni) ed eseguano un ulteriore test che confermi la negatività e la non contagiosità». 

Coronavirus: un problema di sanità pubblica

«Di fronte al coronavirus, molte persone guariscono, altre richiedono assistenza ospedaliera o rianimatoria, altre ancora decedono a causa di patologie concomitanti e di problematiche che possono inasprire l’aggressività del virus - commenta il professore -. 

Il punto chiave, che si sta attualmente verificando in Lombardia, è l’impossibilità di garantire a tutti l’assistenza respiratoria e i posti di rianimazione. Per questo è fondamentale prestare maggiore attenzione verso se stessi e verso la salute delle altre persone. 

Queste disposizioni nazionali sono di grande valore perché danno la possibilità alla popolazione di fronteggiare il virus uniti, attuando una serie di misure di buon senso, di riduzione dei contatti sociali, di attenzione nei soggetti malati e di, in caso di sintomi sospetti, autoisolamento per evitare il contagio.

Se non si riuscirà a controllare la malattia - conclude Pregliasco - si cercherà almeno di mitigarne la diffusione, diluendo i contagi in modo tale che tutti possano avere l’assistenza necessaria. 

Credo che dovremmo fare i conti con questo virus ancora per 2-3 mesi». 

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