Cura COVID-19: nuove conferme sull’efficacia del ruxolitinib

PUBBLICATO IL 28 NOVEMBRE 2020

Una recente ricerca del Policlinico San Marco pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale “Leukemia” dimostrerebbe la riduzione del 70% della mortalità nei pazienti curati precocemente con questo farmaco.

Un trattamento precoce e mirato con combinazione di ruxolitinib a basso dosaggio e cortisone ridurrebbe la mortalità da Covid-19 del 70%. A suggerirlo è un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Leukemia, condotto da un gruppo di specialisti del Policlinico San Marco, ospedale in prima linea nella prima ondata dell’emergenza da Covid 19 . Lo studio clinico, dal titolo Low – dose ruxolitinib plus steroid in severe SARS – CoV-2 penumonia ha coinvolto 75 pazienti affetti da Covid 19, ricoverati tra marzo e aprile 2020 presso il Policlinico San Marco.  

Una malattia che colpisce tutto l’organismo

“Il COVID-19 è una malattia bifasica caratterizzata da una prima fase simil-influenzale, seguita da una malattia polmonare e sistemica in cui una tempesta di citochine (mediatori dell’infiammazione) può portare a difficoltà respiratoria acuta fino alla morte” spiega il dottor Andrea D’Alessio, responsabile dell’Unità di Medicina Interna e Oncologia del Policlinico, tra i principali autori dello studio.

Oggi questo lo sappiamo con certezza, mentre durante la prima ondata di marzo e aprile era più un’intuizione, forte e avvalorata dall’esperienza clinica che stavamo vivendo. In quelle settimane diventava sempre più chiaro, infatti, che l’aspetto polmonare fosse solo una parte della malattia e quindi della cura. 

Contrariamente da quanto descritto inizialmente in Asia i dati clinici dimostravano che fosse una malattia sistemica, che coinvolgeva l’intero organismo, sostenuta da una reazione immunitaria abnorme, non regolata, come avviene nelle malattie autoimmuni, in cui il sistema immunitario produce una quantità enorme di mediatori infiammatori, le citochine”. 

Ruxolitinib per fermare la cascata infiammatoria

Da qui l’idea di sperimentare il ruxolitinib, farmaco appartenente agli inibitori di JAK-STAT, che si era dimostrato efficace nel trattamento della sindrome da linfoistiocitosi emofagocitica, ovvero una patologia caratterizzata da una ipersecrezione di citochine molto simile a quella osservata in corso di infezione da Covid19. 

“L’uso di questo farmaco off-label, ossia con altra indicazione rispetto al suo utilizzo corrente, era stato approvato ad aprile dal comitato etico unico nazionale e dall’Aifa per l’utilizzo in emergenza, nell’ambito delle cure compassionevoli. In diverse sperimentazioni, italiane e internazionali, aveva dato primi segnali incoraggianti, pertanto abbiamo deciso di approfondire testando il farmaco su una casistica più ampia, somministrandolo precocemente ai pazienti appena ricoverati, prima che si determinasse un danno polmonare e vascolare sistemico”. 

Questo farmaco aveva anche altre caratteristiche importanti: “Aveva un’emivita breve e, se sospeso rapidamente veniva eliminato dall’organismo, inoltre veniva somministrato per via orale. C’era poi un altro aspetto che ci affascinava: la possibilità di somministrarlo precocemente ai pazienti appena ricoverati, prima che si determinasse un danno polmonare e vascolare sistemico. 

Il farmaco, infatti, funziona inibendo una proteina chiamata JAK che è legata ai recettori dell’infiammazione presente sulle cellule del sistema immunitario. attraverso l’inibizione della via di JAK/STAT, è in grado di ridurre  il rilascio di citochine pro-infiammatorie (IL-6; TNFα) coinvolte nello sviluppo del quadro di malattia sistemica correlata all’ infezione da COVID-19”. 

Risultati promettenti dallo studio del Policlinico San Marco

L’equipe del Policlinico ha così coinvolto nello studio 75 pazienti ricoverati con grave polmonite ipossiemica Covid 19 per verificare gli effetti del ruxolitinib sul decorso della malattia. 

“32 pazienti sono stati trattati con un ciclo di 10 giorni di ruxolitinib a basso dosaggio associato a metil-predisone (cortisone), entrambi iniziati al ricovero ospedaliero. Come gruppo di controllo sono stati scelti altri 43 pazienti ricoverati nello stesso periodo e con le stesse caratteristiche cliniche e radiologiche, trattati però con la terapia suggerita dal protocollo base di cura (antivirali e cortisone). 

Abbiamo valutato:

  •  la sopravvivenza globale;
  • la sopravvivenza libera da esiti indesiderati (morte più ricovero in terapia intensiva);
  • la riduzione della risposta infiammatoria”. 

I risultati? “I tassi di sopravvivenza globale e di sopravvivenza libera da esiti indesiderati erano più elevati nel gruppo trattato con ruxolitinib a basse dosi e cortisone rispetto al gruppo di controllo, con una differenza molto significativa: la mortalità si abbassava del 70% ed è stata osservata una maggiore riduzione dell'attività infiammatoria. 

La combinazione di ruxolitinib a basse dosi e cortisone sarebbe quindi in grado di:

  •  ridurre l’eccessiva risposta immunitaria;
  • prevenire la progressione del danno polmonare, evitando complicanze quali l’intubazione;
  • aumentare la sopravvivenza a medio termine in pazienti con polmonite severa da SARS-CoV2. 

Si tratta di dati molto incoraggianti alla luce dei quali, anche in questa seconda ondata, abbiamo deciso di trattare i pazienti ricoverati con la stessa terapia già sperimentata ad aprile. Attualmente sono in corso studi internazionali, su ampie casistiche, per confermare ulteriormente l’efficacia di questo farmaco”. 

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