
Reflusso gastroesofageo: quando serve l'intervento di chirurgia?
PUBBLICATO IL 01 APRILE 2026
La malattia da reflusso gastroesofageo è una delle condizioni più frequenti nella popolazione adulta e rappresenta una delle principali cause di accesso agli ambulatori di gastroenterologia. Si tratta di una patologia spesso sottovalutata, ma che, se non correttamente inquadrata e trattata, può nel tempo determinare complicanze anche importanti, con la conseguente necessità di un intervento chirurgico.
Presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio, l’Unità Operativa di Chirurgia Generale rappresenta un centro di 2° livello e un centro multidisciplinare di riferimento per la diagnosi e il trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo, grazie alla collaborazione tra chirurghi e gastroenterologi.
Approfondiamo il tema con il Prof. Davide Bona, Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e Professore Associato di Chirurgia Generale all'Università degli Studi di Milano. Il Prof. collabora inoltre con Palazzo della Salute Wellness Clinic e Casa di Cura La Madonnina.
Malattia da reflusso gastroesofageo: cos’è
Il reflusso è un disturbo molto diffuso: in Italia interessa circa il 15–20% della popolazione. Tuttavia, non tutti i pazienti con bruciore occasionale soffrono di una vera e propria malattia: “Per parlare di malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE) - chiarisce il Prof. Bona - i sintomi devono:
- essere presenti con una certa frequenza (almeno 2 volte a settimana);
- protrarsi a lungo nel tempo, fino a 1 anno.
È questa la condizione che ci porta a ragionare su un percorso terapeutico strutturato”.
Le cause anatomiche del reflusso
Uno degli aspetti centrali nella valutazione del reflusso è la presenza di cause anatomiche, in particolare l’ernia iatale.
“Il passaggio tra esofago e stomaco è regolato da uno sfintere che normalmente impedisce la risalita del contenuto gastrico - spiega il professore -. Quando questo meccanismo viene alterato, come accade nell’ernia iatale, lo sfintere perde efficacia e il reflusso diventa più frequente”.
In questi casi, viene meno anche l’angolo di His, un importante meccanismo naturale di protezione. “È per questo che ernia iatale e reflusso vengono spesso associati: nella maggior parte dei casi l’ernia rappresenta la vera causa predisponente”.
Le complicanze del reflusso
Se trascurato, il reflusso gastroesofageo può evolvere in complicanze anche serie, in quanto l’infiammazione cronica dell’esofago può portare a esofagiti di grado sempre più severo. Nei casi più avanzati si possono formare cicatrici fibrotiche che restringono l’esofago e causano difficoltà alla deglutizione.
Una delle complicanze più rilevanti è l’esofago di Barrett, una condizione precancerosa che aumenta il rischio di adenocarcinoma del giunto esofago-gastrico. “Fortunatamente non tutti i pazienti con reflusso sviluppano un tumore, ma la lunga esposizione non trattata rappresenta sicuramente un fattore di rischio”, sottolinea lo specialista.
La prima cura: i farmaci per la MRGE
Il primo trattamento del reflusso gastroesofageo è quasi sempre di tipo medico. Inizialmente, quando i sintomi sono sporadici (come nel caso di una gastrite acuta) possono essere utilizzati farmaci da banco (antiacidi e alginati). Questi offrono sollievo immediato, neutralizzando l'acido e formando una barriera.
Ci sono poi gli inibitori di pompa protonica, anche conosciuti come gastroprotettori, che riducono la produzione di acido gastrico e consentono un buon controllo dei sintomi nella maggior parte dei pazienti.
“Questi farmaci funzionano molto bene nel ridurre l’acidità - sottolinea il Professore -, ma è importante chiarire un concetto: si tratta di terapie sintomatiche. Se la causa del reflusso è anatomica, il farmaco controlla il disturbo, ma non lo risolve”.
Per questo motivo, in molti casi la terapia non può essere limitata a pochi mesi. “Contrariamente a quanto spesso si pensa, il reflusso non si cura con 2 mesi di terapia. In molti pazienti la terapia deve essere continuativa, anche per tutta la vita, sempre sotto controllo medico - chiarisce il Professore -. I gastroprotettori sono farmaci ben tollerati, con effetti collaterali in genere lievi e gestibili.
Il punto fondamentale è che non vanno assunti in autonomia, perché possono mascherare patologie più serie, come tumori gastrici o dell’esofago, ritardandone la diagnosi”.
Il medico di base ha un ruolo importante nella fase iniziale, ma quando i sintomi persistono o recidivano è necessario un approfondimento specialistico, per valutare l’eventuale necessità di un intervento chirurgico.
Gli esami per la diagnosi
Per decidere il percorso terapeutico più adeguato è fondamentale una diagnosi accurata. La gastroscopia consente di valutare la presenza di ernia iatale e di eventuali lesioni dell’esofago. Nei casi selezionati si ricorre poi a esami di secondo livello, come la pH-impedenziometria e la manometria esofagea.
“Questi esami ci permettono di oggettivare il reflusso e di studiare come funziona l’esofago - sottolinea il professore – e sono passaggi fondamentali prima di prendere in considerazione la chirurgia”.
Quando è indicato l’intervento chirurgico per il reflusso
La chirurgia antireflusso è riservata a pazienti selezionati, per cui può rappresentare una soluzione definitiva.
I principali criteri di indicazione includono:
- terapia farmacologica non efficace nel controllo dei sintomi o delle lesioni;
- pazienti giovani, che preferiscono evitare una terapia cronica a vita;
- presenza di complicanze (esofagiti severe, cicatrici fibrotiche, esofago di Barrett);
- presenza di cause anatomiche, come l’ernia iatale;
- necessità di utilizzo cronico di farmaci.
Quali sono gli interventi di chirurgia antireflusso disponibili
Esistono diverse tecniche di chirurgia antireflusso, che vengono scelte in base alle caratteristiche del singolo paziente. Tra le opzioni disponibili rientrano:
- Fundoplicatio di Nissen (360°);
- Fundoplicatio di Toupet (270°);
- RefluxStop, indicato in caso di alterazioni della motilità esofagea.
“Per fare questa scelta, la manometria esofagea è fondamentale - spiega il professore -. Ci dice se l’esofago ha una motilità normale o ridotta. In base a questo scegliamo l’intervento più adatto, evitando così il rischio di disfagia post-operatoria".
Gli interventi vengono eseguiti in laparoscopia o con chirurgia robotica, con risultati sovrapponibili. Il ricovero è breve, generalmente 1 o 2 giorni, e il recupero è rapido.
“Il paziente riprende subito un’alimentazione morbida - spiega il Prof. Bona-. Può avvertire una lieve disfagia nelle prime settimane, ma è un disturbo transitorio che tende a risolversi spontaneamente”.
Efficacia della chirurgia antireflusso
Se il paziente viene correttamente studiato e selezionato, la chirurgia antireflusso è altamente efficace.
“Parliamo di un’efficacia del 95–97% dei casi - afferma lo specialista -. È una chirurgia assolutamente sicura, a patto che il percorso diagnostico sia completo e personalizzato”.
Il Centro per il reflusso gastroesofageo del Galeazzi-Sant’Ambrogio
Quando i sintomi del reflusso gastroesofageo diventano persistenti, è fondamentale affidarsi a un centro specializzato. Presso l’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio, il percorso diagnostico prevede una valutazione completa e multidisciplinare che può includere:
- gastroscopia;
- manometria esofagea;
- pH-metria;
- pH-impedenzometria.
“Come centro di riferimento per le patologie del tratto digestivo superiore – conclude il Prof. Davide Bona – definiamo per ogni paziente il percorso terapeutico più appropriato, valutando anche l’indicazione chirurgica quando strettamente necessario”.



