
pH-impedenziometria: l’esame per diagnosticare il reflusso gastroesofageo
PUBBLICATO IL 13 APRILE 2026
Quando i sintomi del reflusso gastroesofageo sono persistenti, atipici o non rispondono adeguatamente alla terapia, può essere necessario ricorrere a esami diagnostici di approfondimento. Tra questi, l’esame pH-impedenziometria esofagea rappresenta uno degli strumenti più utilizzati per valutare la presenza e le caratteristiche del reflusso.
Il professor Davide Bona, Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale all'IRCCS Ospedale Galeazzi - Sant’Ambrogio, ci spiega come funziona questo esame e quale ruolo riveste nel percorso diagnostico dei pazienti con sospetta malattia da reflusso.
Cos’è la pH-impedenziometria
La pH-impedenziometria è un esame strumentale minimamente invasivo di secondo livello per la diagnosi del reflusso gastroesofageo, cioè prescritto solitamente dopo visite specialistiche o quando gli esami di primo livello (come l’esofagogastroduodenoscopia) hanno evidenziato la necessità di un approfondimento.
“Questo esame consente di documentare, in modo oggettivo, la presenza di episodi di reflusso, cioè la risalita del contenuto gastrico dallo stomaco verso l’esofago. Permette quindi di stabilire se un paziente possa essere considerato un reflussore, ovvero una persona che presenta episodi patologici di reflusso durante la giornata.
È un esame molto utile, perché consente di monitorare per 24 ore la risalita di liquidi o di gas all’interno dell’esofago e di misurarne l’acidità”, spiega il professor Bona, che collabora inoltre con Palazzo della Salute Wellness Clinic e Casa di Cura La Madonnina ed è Professore Associato di Chirurgia Generale all'Università degli Studi di Milano.
Grazie a queste caratteristiche, la pH-impedenziometria consente una valutazione completa della dinamica del reflusso gastroesofageo.
Quando è indicata la pH-impedenziometria per la diagnosi di reflusso
La pH-impedenziometria è generalmente indicata quando:
- i sintomi compatibili con reflusso gastroesofageo persistono nonostante la terapia farmacologica;
- la diagnosi non è del tutto chiara.
Cosa misura
Attraverso la registrazione delle variazioni di pH (valore di acidità) e delle variazioni di impedenza (passaggio di materiale) lungo l’esofago, la pH-impedenziometria fornisce una serie di informazioni utili per comprendere meglio le caratteristiche del disturbo. In particolare, consente di valutare:
- l’esposizione acida totale, cioè il tempo totale durante il quale l’esofago viene esposto all’azione del materiale acido (pH < 4) refluito dallo stomaco;
- il numero degli episodi di reflusso;
- la durata di ciascun evento;
- la natura degli episodi (acidi o non acidi);
- la composizione del materiale che risale nell’esofago (liquido o gassoso).
“Prima di eseguire la pH-impedenziometria, lo specialista può consigliare la sospensione temporanea della terapia con inibitori di pompa protonica per alcuni giorni per ottenere risultati diagnostici più attendibili”.
Come si svolge l’esame di pH-impedenziometria
L’esame viene eseguito in ambulatorio e non richiede sedazione.
“Prevede l’inserimento attraverso il naso di un sottile sondino dotato di sensori, che viene posizionato a livello dell’esofago. Questo sondino è collegato a un piccolo registratore portatile che il paziente indossa per circa 24 ore, periodo in cui lo strumento registra continuamente i dati relativi agli episodi di reflusso” spiega lo specialista.
Nel corso della giornata il paziente può svolgere le normali attività quotidiane, mangiando e bevendo come di consueto, così da poter valutare il reflusso nelle condizioni più simili alla vita reale.
Al paziente viene, inoltre, fornito un diario su cui annotare eventuali sintomi, indicando l’orario di comparsa. “Questo è molto utile perché ci consente di verificare se esiste una correlazione tra i disturbi avvertiti e gli episodi di reflusso registrati dallo strumento. Quanto più precisa è la compilazione del diario dei sintomi, tanto più accurata potrà essere l’interpretazione dei risultati” aggiunge il medico.
Una volta terminato il periodo di registrazione, il sondino viene rimosso e il paziente può riprendere le normali attività quotidiane.
L’analisi dei dati registrati richiede, poi, una valutazione specialistica da parte del medico, che interpreta i risultati e li integra con la storia clinica e gli eventuali altri esami effettuati.
La tele-pH-metria: l’alternativa senza sondino in casi selezionati
In alcune situazioni particolari può essere utilizzata la tele-pH-metria, una procedura wireless che prevede il posizionamento di una piccola capsula nell’esofago durante la gastroscopia.
Questa capsula trasmette i dati a un ricevitore esterno, consentendo una registrazione prolungata dell’esposizione acida (anche fino a 3 o 4 giorni), senza l’introduzione del sondino nasale.
“Questa metodica, tuttavia, misura esclusivamente l’esposizione acida e non fornisce le informazioni aggiuntive offerte dalla pH-impedenziometria. È, quindi, un’alternativa utile solo per casi selezionati, ad esempio, quando il sondino non è tollerato oppure quando è necessario un monitoraggio prolungato dell’esposizione acida” sottolinea il professore.
L’importanza della diagnosi del reflusso per definire il giusto percorso terapeutico
“Il trattamento del reflusso gastroesofageo è efficace solo se basato su una valutazione completa del paziente. I sintomi riferiti, gli eventuali esami endoscopici e le indagini funzionali dell’esofago contribuiscono insieme alla definizione del quadro diagnostico” afferma lo specialista.
Sulla base di tutti questi elementi, infatti, lo specialista può definire il percorso terapeutico più appropriato:
- nella maggior parte dei casi, il trattamento prevede una combinazione di terapia farmacologica e modifiche dello stile di vita;
- una parte dei pazienti, solo quando indicato, può essere candidata a un trattamento chirurgico.
“Affidarsi a centri specializzati consente, quindi, di inserire questo esame in un percorso diagnostico strutturato, che permetta di valutare in modo completo la malattia da reflusso gastroesofageo e di individuare la strategia terapeutica più adatta alle caratteristiche di ogni paziente” conclude il professor Bona.



