La fragilità e gli interventi di cura: l’anziano in ospedale

PUBBLICATO IL 23 APRILE 2019

Il sistema sanitario nel suo complesso, ed in particolare quello ospedaliero, si trova talvolta impreparato di fronte a soggetti sempre più anziani, nei quali la presenza di molte patologie è la regola e spesso non è nemmeno possibile definirne una prevalente, per i quali da un lato la cura della “malattia” è soltanto una parte dell’intervento e dall'altro è necessario attivare programmi di prevenzione della disabilità e di gestione della fragilità.
“Nel contempo al mutamento del bisogno di salute di una parte considerevole (ed in espansione) della popolazione - ci ha spiegato il dott. Angelo Bianchetti, Responsabile dell’U.O. di Medicina Generale dell’Istituto Clinico S. Anna - in questi anni la realtà ospedaliera ha subito profondi cambiamenti, con una trasformazione verso un luogo di cura intensiva, ad alta tecnologia, che ospita per tempi brevi pazienti bisognosi di interventi per lo più ad elevata complessità. La mancanza di collegamento con il “territorio” (cioè il prima e il dopo rispetto al ricovero ospedaliero) pone seri limiti ed ostacoli ad una attività di cura realmente orientata ai bisog. La fragilità è una condizione clinica multifattoriale sempre più diffusa che non può essere di per sé definita come una malattia, bensì come una condizione di estrema vulnerabilità biologica e clinicani del paziente. Da un'analisi dell’attività del reparto di Medicina generale dell’Istituto Clinico S. Anna di Brescia emerge che l’età media dei ricoverati è passata dal 2003 al 2017 da 70 a 82 anni; nello stesso periodo si assiste ad una riduzione delle persone con meno di 65 anni e con età fra 65-74 (che passano rispettivamente dal 30% al 9% e dal 18% al 10%) con un parallelo incremento della quota dei molto vecchi (coloro che hanno più di 85 anni passano dal 20% al 48% e gli ultra 95enni dall’1% al 7% dei degenti). Il fenomeno è particolarmente marcato nel sesso femminile dove ormai oltre il 50% dei degenti è rappresentato da ultra-85enni e gli infra-65enni sono circa l’8%). È evidente, dunque, che parlare di “geriatrizzazione” delle U.O. di Medicina è constatare una realtà ormai ineludibile”.

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