Tumore al seno: a quali cure ci si deve sottoporre?

PUBBLICATO IL 27 GIUGNO 2018

Come ci ha spiegato il Dott. Gianluca Fogazzi, medico oncologo dell’Istituto Clinico S. Anna,“in questi ultimi anni sono stati sconfessati due luoghi comuni un po’ pregiudiziali: il primo relativo alla paura di incidere con i trattamenti eseguiti sull’eventuale salute del nascituro e il secondo che una eventuale gravidanza potesse aggravare la prognosi e il decorso del tumore al seno. Su entrambi i fronti sono arrivati dati certi e più che rassicuranti: rischio bassissimo per il nascituro e nessuna differenza nella prognosi tra pazienti in dolce attesa con tumore mammario operato, anche in coloro che presentano tumori ormono-responsivi”. La donna che scopre il tumore al seno a quali cure si deve sottoporre solitamente? “Se parliamo di tumori in fase iniziale, utilizzati in base al fatto che abbiano un alto o basso rischio di recidive, i trattamenti a disposizione comprendono la chemioterapia, all’ormonoterapia e terapia con anticorpi monoclonali. In aggiunta l’opportuno trattamento locale e quindi l’intervento chirurgico e la radioterapia. In casi di tumori più conclamati e non operabili, invece, oltre ai farmaci già elencati ce ne sono alcuni d’ultima generazione che potenziano l’azione della terapia ormonale, come per esempio i farmaci inibitori di chinasi ciclino-dipendenti, con profilo di tollerabilità estremamente elevata e un’efficacia almeno sovrapponibile a quella della chemioterapia”. Per la cura del tumore mammario l’Istituto Clinico S. Anna può vantare una Breast Unit attiva da molti anni e certificata Eusoma dal 2015. Quanto è importante per una donna che si accinge ad affrontare questa ‘battaglia’ affidarsi ad una struttura che può garantire un approccio multidisciplinare? “Tanto e lo dimostrano in particolare due elementi: da un lato la coesistenza di diversi specialisti che lavorano in un team multidisciplinare garantisce la qualità delle cure, la tempestività, lo scambio di visioni, una linea comune definita man mano e, non ultimo, una riduzione del 18% del rischio di mortalità. Dall’altro una componente più psicologica ma non per questo meno importante: sentirsi prese per mano, accompagnate lungo il percorso e guidate senza sentirsi in qualche modo abbandonata o disorientata, per una donna, sono aspetti ugualmente rilevanti”.

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