Ricerca sul diabete: i progressi su cura e prevenzione

PUBBLICATO IL 14 NOVEMBRE 2023

Il diabete, una sfida di notevoli proporzioni, si presenta come un problema in costante crescita, specialmente in termini numerici. Al momento, si stima che 537 milioni di individui nel mondo siano colpiti da questa malattia, con una previsione che indica un ulteriore aumento fino a 783 milioni entro il 2045. 

Considerare il diabete come una malattia singola non è più adeguato ai giorni nostri; è più pertinente trattarlo come un sostantivo plurale. Infatti, oggi sappiamo che oltre alla distinzione scolastica di diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2 esistono molte forme di diabete, che presentano meccanismi e potenzialmente trattamenti differenziati.

In questo contesto, concetti fondamentali come prevenzione e cure definitive rivestono un ruolo di primaria importanza. In occasione della Giornata Mondiale del Diabete, oggi si offre un'opportunità unica per riflettere sulla malattia, non solo dal punto di vista qualitativo e quantitativo, ma anche per valutare i progressi significativi nel campo della ricerca.

Ne parliamo con il professor Lorenzo Piemonti, Primario dell’Unità Operativa Medicina Rigenerativa e dei Trapianti e direttore del Diabetes Research Institute (DRI) presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele.

L’impatto del diabete

"Se analizziamo il diabete in termini di costi e diffusione, diventa evidente quanto sia cruciale cambiare il nostro approccio alla gestione della malattia. Attualmente - afferma il professor Piemonti - il diabete ha un impatto significativo sia sulla qualità, sia sulla quantità della vita umana. Ad esempio, il diabete di tipo 1 può ‘rubare’ tra 10 e 15 anni di aspettativa di vita. 

Le dimensioni di questo impatto sono tali che i costi associati alla gestione della malattia non sono più sostenibili. Negli Stati Uniti, i dati del 2022 indicano che 413 miliardi di dollari sono stati spesi per trattare il diabete, rappresentando così un quarto della spesa sanitaria complessiva. 

Il diabete non è più semplicemente una problematica clinica, ma una malattia con implicazioni sociali e storiche, destinata a esercitare una forte pressione e a mettere a rischio i sistemi di welfare mondiali. È pertanto tassativo agire in modo deciso per affrontare questa sfida. 

I trattamenti attualmente disponibili sono in alcuni casi straordinariamente efficaci. Pensiamo all'insulina per il paziente con diabete di tipo 1, una malattia che in passato rappresentava sostanzialmente una condanna a morte e che è stata rivoluzionata dalla disponibilità dell’insulina. Tuttavia, purtroppo, le attuali terapie non permettono una guarigione e hanno di fatto trasformato il diabete in una malattia cronico-degenerativa

Con i numeri, il peso sociale umano ed economico che stiamo affrontando, non possiamo più permetterci questa connotazione. Pertanto, l'atteggiamento dovrà essere orientato verso la ricerca di cure risolutive e strategie di prevenzione totali per il prossimo futuro".

 

I progressi nella ricerca e cura sul diabete di tipo 2

Nel contesto attuale del diabete di tipo 2, esistono molecole che hanno dimostrato la capacità di intervenire sull’obesità, uno dei fattori chiave responsabili dell'insorgenza di questa malattia. Questi farmaci agiscono dal punto di vista molecolare intervenendo su sistemi multipli che influenzano la modalità con cui assumiamo il cibo, il senso di fame e il metabolismo dei nutrienti.

"La riduzione del peso nei soggetti obesi affetti da diabete di tipo 2 può portare a una remissione della malattia, con il ritorno a normali valori di glucosio nel sangue. Attualmente, non è ancora chiaro se si tratti di remissione o guarigione, ma ci sono chiari suggerimenti che sulle forme fortemente determinate associate all’obesità si possa avere la possibilità di guarigione dalla condizione di diabete di tipo 2, interferendo con alcuni meccanismi fondamentali che regolano la malattia obesità - spiega il professore -.

Questo rappresenta un elemento cruciale da integrare in un approccio più ampio, che dovrebbe comprendere un impegno crescente nell'educazione alimentare e nell'adozione di uno stile di vita attivo. Tale impegno dovrebbe diventare una componente essenziale di qualsiasi politica sanitaria a ogni livello. 

In questa direzione, si sta considerando la prescrivibilità dell'esercizio fisico, ossia la possibilità appunto di prescrivere l'attività fisica come si farebbe con un farmaco, riconoscendo il suo impatto positivo sulla salute”.

 

I progressi nella ricerca e cura sul diabete di tipo 1

Nell'ambito dei progressi nel trattamento del diabete di tipo 1, il professor Piemonti ha evidenziato 2 obiettivi cruciali

  • la prevenzione; 
  • la ricerca di una cura definitiva. 

"Per la prima volta nel mondo, abbiamo un farmaco capace di ritardare l'insorgenza della malattia, se assunto prima dei sintomi - prosegue lo specialista -. Questo farmaco, attualmente disponibile solo negli Stati Uniti, rappresenta un passo in avanti significativo interferendo con la storia naturale della malattia prima della sua comparsa, anche se non rappresenta ancora una soluzione definitiva, ma può ritardare l'insorgenza del diabete di circa 2-3 anni. 

Nel prossimo futuro, quindi, la sfida sarà sempre di più identificare la finestra temporale per la somministrazione del farmaco, poiché i pazienti sono asintomatici in quel periodo. In risposta a questa sfida, l'Italia è stata pioniera nel promulgare una legge di prevenzione del diabete di tipo 1 e della celiachia, attraverso screening di massa in età pediatrica per individuare i marcatori di rischio”. 

Se sulla prevenzione si sta, quindi, lavorando sperando di avere nel prossimo futuro non solo approcci in grado di ritardare, ma anche di prevenire la malattia, d’altra parte importanti passi si sono fatti anche nella possibilità di guarire la malattia una volta che si manifesti. 

 

Gli studi del San Raffaele sulla cura del diabete tipo 1

“Da molti anni, stiamo conducendo studi sulla sostituzione delle cellule produttrici di insulina ottenute grazie alla donazione degli organi per guarire il diabete, ottenendo ottimi risultati - afferma -. Tuttavia, va sottolineato che questa non rappresenta ancora la cura definitiva, poiché può essere effettuata solo su un numero limitato di persone con specifiche caratteristiche. Questa restrizione è dovuta alla scarsità di donatori d'organo disponibili e alla necessità di applicare l'immunosoppressione. 

Oggi, si sta lavorando per ottenere gli stessi risultati costruendo le cellule che producono insulina in laboratorio, partendo dalle cellule staminali.  Attualmente, le cellule produttrici di insulina possono essere ricreate in laboratorio e si sta studiando come renderle potenzialmente invisibili al sistema immunitario. Ciò consentirebbe di impiantarle senza ricorrere all'immunosoppressione”. 

In questo contesto, il Diabetes Research Institute (DRI) è uno dei primi centri europei a condurre trial clinici utilizzando cellule ottenute da staminali, sia con, sia senza immunosoppressione, dimostrando che queste cellule sono in grado di curare la malattia nell'uomo, come indicato dai primi dati a livello mondiale.

“Con cauto ottimismo - conclude Piemonti - guardiamo verso il futuro. Ci sono prove precliniche molto solide e cominciano a esserci le prime evidenze cliniche che queste idee possano davvero cambiare la storia della malattia, cosa che dobbiamo perseguire a 360° con sforzi sempre maggiori”.

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